Esco alle 1810. L’autobus che dovrebbe portarmi in stazione è passato alle 1809. Il prossimo è alle 1823. Mi incammino. Aspetto ancora un attimo prima di isolarmi con la musica. Mi investe il sole. Caldo. Quello di maggio che abbronza. Indosso la camicia e la giacca di pelle. Un po’ troppo per il momento ma, sai, alla mattina può andare. Non prendo gli occhiali, rimangono li, abbandonati nella custodia nella borsa dietro le spalle. Così devo strizzare gli occhi per fronteggiare la luce. Mi dicono che non si fa. Che poi “ti vengono le rughe”, quelle che chiamano “zampe di gallina”. Ma strizzare gli occhi non è un po’ come filtrare la realtà e vederla come si desidera? Anche strizzare l’occhiolino, non è un gesto “segreto” di intesa e condivisione? È quello che sto facendo, per ascoltare il mondo, come realmente lo vorrei. Lo filtro.