Un pomeriggio, mi sembra, di qualche giorno fa (ora non ricordo esattamente bene quando) ho pensato alla parola immaginazione. Analizzavo il concetto nella sua potenziale realizzazione. Ho iniziato a riflettere e a supporre di poter immaginare moltissimo di, anzi, essere un fervido fomentatore di una pratica che potrebbe sfociare nel puro sogno. Ho rimuginato su tutto quanto e ho visualizzato questo gesto: le due mani unite, palmo verso il cielo come a bere da una fontanella; piano piano, richiuse verso il loro centro, come una conchiglia, fino a far sfiorare i pollici; lo spazio appena appena per lasciar traspirare un sospiro tra le dita; e la mia bocca vicino a quello scudo bisbigliante. Un piccolo riccio d’ombra dove celare le mie fantasie. Sottovoce, silenziose, piccoli segreti nei quali vorrei vivere continuamente. Unici e irripetibili e tantomeno pubblicabili. Un lato incosciente della propria ragione. Dove poter immaginare. Persa la poesia per un’incomprensione ricerco attento una semplice pacca sulla spalla; così, lo sconforto, lampante, mi fa capire. Quei singhiozzi, quei lamenti attutiti dalle mie falangi, rovinano in acqua bollente, che scotta, che brucia, che arrossisce e scansa anche la pietra. Una casa divelta in un lampo e spalanco i dorsi venati di azzurro. Cosa posso immaginare? Cosa posso inventare quello che non conosco? Incastro, costruisco, azzardo, ricucio, manipolo, inganno, teorizzo, provo e modello: ma ogni volta non c’è niente di nuovo. Come posso astrarre fino a raggiungere il non sapere? Come posso davvero immaginare qualcosa o qualcuno o una vita che per nulla comprendo? Se immagino è dovuto al mio sapere, al mio essere. Come si può arrivare all’inimmaginabile? Come superare quella soglia che mi porti ad essere spettatore di idee?

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