Esci dall’ufficio. Quel chiarore nel cielo che ti avverte che le giornate si stanno allungando, oggi, era leggermente velato di grigio. Ma non pioveva, in quel momento. Aspetti l’autobus fermo come uno stocafisso: stessa posizione, sguardo perso chissà dove, musica alta nelle orecchie. Vai poi a ricordare cosa stavi ascoltando. Veloce, molto veloce, il mezzo che ti porterà in stazione si presenta suppergiù puntuale. Aspetti, si apre, sali, saluti, “Buonasera”, “Ciao”. Ti volte verso il fondo e oltre e non c’è nessuno. Raggiungi l’obliteratrice più lontana, apri la tasca, scegli i biglietto numero due della giornata, timbri. Nel frattempo l’autista ti regalerà un tempo record e, quasi sicuramente la fortuna di prendere il treno 20 minuti prima… che uno poi dice, sono tanti. Ma tanti. Ti siedi, lontano e guardi fuori, difronte a te. Stessa posizione di prima, stoccafisso, musica, sguardo, bla bla bla. Squilla il cellulare: un sussulto, un groppo in gola, un morso alla pancia. Cosa diavolo mai sarà. Tua madre, santa donna, ti sta ricomprando i guanti che, distrattamente, hai dimenticato sul treno il venerdì prima. Le mani ringraziano. In due, tre considerando la venditrice che ci aveva incontrato a Natale, giustamente (più o meno), non ricordavamo la taglia esatta che serve un pregevole calore ai miei polpastrelli. Ci si organizza più tardi, appena scendo dal treno. Per ora sto qui, fermo, come uno stoccafisso, musica che più o meno si fa ascoltare nelle orecchie e sguardo perso oltre il vetro.