Ho la fronte scottata dal sole. Completamente arrossata e bisognosa di idratazione. E’ stata una giornata tra l’erba l’allergia e l’odore di pneumatico bruciato. Ma ogni volta che mi scontro con quella forte luce fatta di calore, succede più o meno la stessa cosa. E’ così, che vivo ogni cosa. Al massimo, per ogni gesto, per ogni minuto, per ogni occasione. Come la pausa pranzo, a volte, fatta di brevi camminate fino ad un muretto. Due asfalti, uno chiaro, più fresco. Il secondo, vicino, più scuro e decisamente più caloroso. Anche le linee gialle che lo delimitano soffrono. Ma quando ci si arriva, un po’ a fatica, un po’ abbandonando la giacca oltre le spalle, succede qualcosa di piacevole che, ogni volta, mi lascia senza parole. Da quel punto, la fabbrica, le persone, le macchine, la natura, si mischiano per una colonna sonora per niente rumorosa ma che compone le note di una strana sinfonia. Un rombo, un tonfo, un uccellino, il vento fra le foglie, una pigna secca, qualche strano insetto. E’ il silenzio di una città. Tutto da ascoltare.
Un pomeriggio, mi sembra, di qualche giorno fa (ora non ricordo esattamente bene quando) ho pensato alla parola immaginazione. Analizzavo il concetto nella sua potenziale realizzazione. Ho iniziato a riflettere e a supporre di poter immaginare moltissimo di, anzi, essere un fervido fomentatore di una pratica che potrebbe sfociare nel puro sogno. Ho rimuginato su tutto quanto e ho visualizzato questo gesto: le due mani unite, palmo verso il cielo come a bere da una fontanella; piano piano, richiuse verso il loro centro, come una conchiglia, fino a far sfiorare i pollici; lo spazio appena appena per lasciar traspirare un sospiro tra le dita; e la mia bocca vicino a quello scudo bisbigliante. Un piccolo riccio d’ombra dove celare le mie fantasie. Sottovoce, silenziose, piccoli segreti nei quali vorrei vivere continuamente. Unici e irripetibili e tantomeno pubblicabili. Un lato incosciente della propria ragione. Dove poter immaginare. Persa la poesia per un’incomprensione ricerco attento una semplice pacca sulla spalla; così, lo sconforto, lampante, mi fa capire. Quei singhiozzi, quei lamenti attutiti dalle mie falangi, rovinano in acqua bollente, che scotta, che brucia, che arrossisce e scansa anche la pietra. Una casa divelta in un lampo e spalanco i dorsi venati di azzurro. Cosa posso immaginare? Cosa posso inventare quello che non conosco? Incastro, costruisco, azzardo, ricucio, manipolo, inganno, teorizzo, provo e modello: ma ogni volta non c’è niente di nuovo. Come posso astrarre fino a raggiungere il non sapere? Come posso davvero immaginare qualcosa o qualcuno o una vita che per nulla comprendo? Se immagino è dovuto al mio sapere, al mio essere. Come si può arrivare all’inimmaginabile? Come superare quella soglia che mi porti ad essere spettatore di idee?
E’ il momento dell’incontro, del ritrovamento, dello scontro di varie emozioni che trasformano ogni movimento nell’espressione ideale di ciascuno dei cinque sensi che possediamo. Circondato, senza una vera e precisa idea, da una miriade di palpitazioni che creano un’attesa. Gli attimi che servono all’immaginazione per abbandonare le sue creazioni e trasformarsi in realtà. Come se fosse una nascita o un netto cambiamento con il suo passato, si ricompone, si formalizza, si cristallizza su tutti e cinque i sensi costruendo una fotografia fatta di odori, sguardi, ascolto, gusto, gesti che, al termine di un lungo parlato, compongono la parola: piacere. Ed è per questo che l’agitazione prende il potere nella nostra mente; perchè non sa quale sarà la reazione corretta, non sa quale sarà, soprattutto, la risposta corretta. E la paura di sbagliare include una paralisi alla bocca dello stomaco che sembra rinchiuderci fino a toccare con la fronte i piedi. Il fermo luccicare delle nostre pupille che, forse, quasi automaticamente riescono a seguire fila e fila e fila di citazioni scritte, abbandonano il facile bersaglio difronte a loro e si rifugiano un po’ ovunque: nei capelli, nelle proprie mani, in risatine campate per riempire silenzi inaspettati nei quali, scioccamente, si crede ci sia un rifugio. Nel pensare ad un discorso ben preciso poi sfatato dal progredire malsano della voce singhiozzante perchè incurante delle parole scelte, diverse e molto, da quelle sognate. E’ un’inseguirsi che si placa, come un gesto conciso che stringe le dita, quasi a sciogliersi come ghiaccio al sole, quando la spinta del respiro si fa più tenue e non frenetica perchè riscoperto, nell’involontario inalare, il profumo ricercato. Quel piacere che si conosce bene ma che è difficile da scovare. Il profumo della sorpresa.
La fronte, bagnata, appoggiata ad uno spigolo metallico. Un sospiro. Lo sguardo fisso il labbro racchiuso un morso. Un altro sospiro. La musica in sottofondo non ascoltata. No, forse si, questo pezzo almeno, bello, lo metterei in loop. Cade una ciglia che raccogli e stringi tra indice e pollice così potrai esprimere un desiderio. Poi sbaglierai o, peggio, si perderà in questo sbuffo d’aria vicino al finestrino e ti convincerai che, come per l’oroscopo, quello che capiterà da qui ai prossimi due minuti dipenderà da questa incontrollabile scelta sbagliata. Sospiro. Così, giusto per far qualcosa. Sguardo fisso labbro racchiuso in un morso. Forse sanguinerà alla fine. Ecco, potrei esprimere: voglio che il mio labbro anche se continuamente morsicato dai miei denti non sanguini. Un soffio, forte, tra le dita.
You’re falling in a lower gear
A little rest is what you need
You’re rolled up on the seat
Your arms around your knees
We met by chance, talked on the phone
We kept in touch
I took you home
Sure, it proves we get along
And it will only get better from now on
We found a place to which we drive
And i offer you the time
To sleep - to dream
To wake up when we arrive
We found a place to which we drive
And i offer you the time
To sleep - to dream
To wake up when we arrive
Right moments come out of the blue
But when there’s one it’s up to you
Even when the time was up I couldn’t stop
I was floating all day long
We found a place to which we drive
And i offer you the time
To sleep - to dream
To wake up when we arrive
We found a place to which we drive
And i offer you the time
To sleep - to dream
To wake up when we arrive
Esci dall’ufficio. Quel chiarore nel cielo che ti avverte che le giornate si stanno allungando, oggi, era leggermente velato di grigio. Ma non pioveva, in quel momento. Aspetti l’autobus fermo come uno stocafisso: stessa posizione, sguardo perso chissà dove, musica alta nelle orecchie. Vai poi a ricordare cosa stavi ascoltando. Veloce, molto veloce, il mezzo che ti porterà in stazione si presenta suppergiù puntuale. Aspetti, si apre, sali, saluti, “Buonasera”, “Ciao”. Ti volte verso il fondo e oltre e non c’è nessuno. Raggiungi l’obliteratrice più lontana, apri la tasca, scegli i biglietto numero due della giornata, timbri. Nel frattempo l’autista ti regalerà un tempo record e, quasi sicuramente la fortuna di prendere il treno 20 minuti prima… che uno poi dice, sono tanti. Ma tanti. Ti siedi, lontano e guardi fuori, difronte a te. Stessa posizione di prima, stoccafisso, musica, sguardo, bla bla bla. Squilla il cellulare: un sussulto, un groppo in gola, un morso alla pancia. Cosa diavolo mai sarà. Tua madre, santa donna, ti sta ricomprando i guanti che, distrattamente, hai dimenticato sul treno il venerdì prima. Le mani ringraziano. In due, tre considerando la venditrice che ci aveva incontrato a Natale, giustamente (più o meno), non ricordavamo la taglia esatta che serve un pregevole calore ai miei polpastrelli. Ci si organizza più tardi, appena scendo dal treno. Per ora sto qui, fermo, come uno stoccafisso, musica che più o meno si fa ascoltare nelle orecchie e sguardo perso oltre il vetro.
Ci sono canzoni appositamente studiate per soffrire. Per elemosinare, centellinare, scoprire, scovare, distruggere, governare ogni singola e recondita emozione. Non il testo, non il video, non la musica ma l’indeterminata somma tra coscienza e melodia. Un mix che può diventare esplosivo, che può trasformarsi in una bomba pronta ad esplodere colma di infiniti timer che continuano a conteggiare il tempo e scandirne il ritmo. Fino allo zero momento nel quale, forse, un sorriso può iniziare a formarsi lungo le proprie guancie o una lacrima ritrovarsi a cadere fino al mento. Un semicerchio, sempre, uno opposto all’altro che è pura manifestazione di quella sofferenza. Può essere, forse, che alcune note magari basse o, indifferentemente, molto alte, in alcuni momenti non vengano udite realmente salvo farsi scoprire quando pensi che tutto sia passato, che sia chiuso, che sia altro. Ogni sensazione ha la sua, di nota. Ci sono quelle da blocco nella pancia, tipicamente basse e cupe e quelle da giramento di testa magari acute o un poco stridenti. Quelle allegre, ritmate, quelle misteriose come i silenzi. Poi ci sono quelle evocative, una serie di accordi che ti riportano li, dov’eri tra odori, calore e sapori di quell’attimo. Come i ricordi, credo, alcune canzoni sono studiate per emozionarsi.
Che weekend di cultura, quest’ultimo. Sabato l’opera, domenica la scultura. E come tutte le volte, quando capita, quella strana, decisa, riverente, sensazioni di essere piccoli, molto piccoli, rispetto al sapere. Non alla bravura, non alla capacità, non al genio (irraggiungibile ovviamente) ma al solo e semplice e puro sapere. Un abisso che bisogna ricercare, che bisogna provare un minimo a colmare. E così, al rientro, come tutte le volte, quella strana, decisa, riverente sensazione di volerci provare un po’, prima di dimenticare, prima di relegare al solo ricordo il piacere di una visita.
Capita che la voglia di scrivere nasca sulle tue dita in completa autonomia. Vuoi per provare, vuoi per divertimento, per sfogarti o semplicemente per piacere. Scrivere per scrivere, senza rileggerti senza curartene. Con tutte le parole spese in giro per il mondo senza un verso senso, magari giusto per circostanza, mettersi a scrivere pone un accento un po’ diverso. Non lavoro, non dovere, senza scadenze, senza obbligatorietà, nel migliore dei modi si potrebbe dire. Il dubbio rimane, se ancora necessario, nella sostanza del concetto.