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| 25SET2009 @ 15.55 |
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| Loro, non se ne accorgono... |
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Qui, dove sono ora, piove. In realtà ha anche grandinato. E ora sta un po’ smettendo un po’ decidendo che fare. Ha cominciato nascondendo il sole. Poi ha preso un po’ di grigio e l’ha buttato qua e la, borbottando. Alla fine, non ha resistito e si è messo a piangere. Parecchio. Devono essere questioni gravi. Oggi, in ufficio, sono da solo. Capita. Così, oltre a chiudere la porta per evitare roboanti vivavoce, è concesso, ma a basso volume, l’ascolto di un po’ di musica. Da solo poi, puoi scegliere la musica che più piace a te. A metà pomeriggio, quindi, mi sono trovato con un pochino di intrattenimento sonoro vicino alle mani e un fastidioso temporale oltre la finestra. Alla fine si poteva ascoltare solo l’imponente pioggia mista grandine contro i vetri. Ho spento la musica. Neanche i vivavoce della sala riunione si udivano più. Solo un frrrssssccc frrrssssccc frrrssssccc con un tic tac tic tic tic tac del ghiaccio. Mi sono fermato un secondo e ho guardato fuori. Non si vedeva niente. Niente oltre tutte le gocce d’acqua che lì si fermavano. C’era anche tutto un polverone di goccioline più piccole che non aiutava. Il cielo grigio e tutto era più in ombra. Solo. In silenzio. Frrrssssccc tic tic tac. Niente più. Avrei potuto anche spegnere la luce, artificiale, ma avrei corso il grave rischio di farmi cullare dalla situazione. Sono pure sempre in ufficio. Così ho pensato, un pochino e senza troppo sforzo, a questa mattina. Sull’autobus. Mentre qui ci venivo e, inoltre, mica pioveva. In città, in giro, c’è un gran baccano, ovunque. Gente che parla, clacson, macchine, biciclette, fischi, altri ipod, strilli baruffe, le solite cose. Le mie orecchie, si sa, non sono molto accoglienti con gli auricolari. Dovrebbero stare li, bene, a loro agio, come vedo a più ragazzi e ragazzi dei giorni nostri, ma con me non c’è niente da fare. Cadono. Saltan giù. Si stortano. Guardano fuori. La loro capacità non è solo dimezzata, praticamente è come se non gli avessi. Così ne ho provati di tutti i tipi. Con le gambette che ti avvolgono il lobo, all’indietro, sportivi, all’insù, piccolini, grandicelli, sagomanti, colorati. Alla fine ho preso un paio di cuffie, classiche, grandi. Nere (non potevo azzardare la vera scelta - azzurro, fucsia, giallo - sarebbe stato troppo). I padiglioni, che si appoggiano alle mie orecchie, son ben più grandi. Sono morbide. Delicate. Si sentono benissimo. Le appoggi lì e non si muovono più. Concedono anche, un ulteriore vantaggio: ti isolano completamente dal mondo. Ascolti la tua musica (che non è bassa, certo) e non senti niente altro. E il mondo è tutto diverso. Le parole non ci sono; sono solo dei movimenti che accompagnano la vera discussioni fatta di gesti. Un "mi scusi" (ipotizzo) chiesto all’autista diventa un: "Ha visto qui sopra". No no (fatto con la testa) Si si (fatto con la testa) e poi ciao (fatto con la mano)". Chissà che diavolo si sono detti. Qualcuno si volta pure, magari è passato un grosso aereo e io non l’ho visto. L’autobus rimbalza e basta. Ogni tanto ti fa andare in avanti di colpo, poi ti manda indietro. E tu ti tieni, così non siedi per terra senza averci pensato prima. Ci sono tante scritte in giro nelle città. Alcune compaiono dopo che gli altri passeggeri toccano le pareti del bus, vicino ai finestrini. Poi si ferma, apre le porte e le persone scendono e si riparte. Molti si guardano e si raccontano fatti / vicende / preoccupazioni. Ma non le scoprirai mai. Così provi ad immaginare a cosa sta pensando quella ragazza che, girata di spalle verso l’autista, guarda dall’alto al basso la strada. Scenderà fra un pochino, ancora, mmm, 4 fermate almeno. Anche lei ha le cuffie (ma a lei gli auricolari stanno lì perfetti senza muoversi!) e non riuscirà a sentire poco nulla. Non mi sentirà. Altri gesti che interpreti con "dopo, no, dopo dopo, giù". Forse la corsa finirà e non avremo altra scelta che sederci ed aspettare. Non c’è confusione, non c’è distrazione. C’è quello che senti che è quello che immagini. E se guardi le persone così, non vedi molta differenza con te. Non c’è niente di diverso. Tutti sono li, più o meno fermi, più o meno appesi o seduti, tutti sono silenziosi o poco sorridenti (è mattina presto) che stanno pensando. Solo, che loro, non se ne accorgono, perché sono incantati dalla baraonda del mondo che li circonda.
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| 04SET2009 @ 15.11 |
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| Dove ho messo la mia penna porta fortuna... |
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Ci sono quei momenti o quelle giornate in cui sei incredibilmente carico. Tipo una molla. Che hai così tanti interessi, tanta curiosità, tanto desiderio che vorresti scrivere, incollare, fare, persino dipingere, andare ad una mostra, collezionare riviste, prenderti qualche nuova maglietta trendy, andare ad un party, scoprire nuovi talenti musicali, perderti nei meandri di internet. Sei pronto, attento, ricettivo. Il primo gradino, di questo processo di auto esaltazione, è informarsi. Informazioni. Tante. Foto, immagini, testi, scritti, brandelli di Moleskine qualsiasi cosa è utile. Sfogli le prime pagini patinate che raggiungi e immagini installazioni, video, aperitivi per discuterne, riunioni, lavoro, vernice che ti sporca, un quadro appeso. Orrendo. Lo lanci. Bello, riprendimi, bisogna trovare la musica, facciamo il backstage. Ho bisogno di un nuovo diario / agenda / quaderno / sketch book degli acquarelli, forse scriverò solo con pastelli a cera colorati. No. Tutto nero. Pagine scure con il bianco? Ci vuole un viaggio. Bisogna farsi contaminare dalle influenze nordiche. Che bella Stoccolma d’inverno, prima di Natale. Il design che conta viene da li. Ora. Poi vedremo dove muoverci. Certo, però, Londra / Berlino / Parigi / Barcellona / La Costa xy / dobbiamo riscoprire l’Italia. Qualche nuovo gadget tecnologico per rintracciare la genuinità dei sapori di casa nostra. Da oggi userò solo Sale Rosa per condire. E’ meno doloroso del sale borghese che usano tutti. Certo, si potrebbe anche non metterlo del tutto. In ogni caso prendo solo due cose, una maglietta e una giacca in caso faccia freddo. Scarpe comode. Certo, faccio un giro a vedere di racimolare qualche orpello da mostrare fiero. Oh, è il compleanno di xy dovrei prendere un pensiero. Si ma bello. Magari l’ultimo libro mal criticato e mal promosso ma di sicuro effetto. Ti bombardi. Devo scrivere, dove ho messo la mia penna porta fortuna, devo segnarmi tutto, altrimenti sai che mi dimentico. Ecco. Il secondo gradino è ricominciare.
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| 27AGO2009 @ 20.49 |
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| Sei nel silenzio totale. Orecchie. Bocca. |
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La vasca è colma. Il limite raggiunto dal mix di acqua e schiuma è perfetto. Quanto basta ad accoglierti completamente, senza rovesciarti, senza cadere. Fuma per quanto è calda. Sei già nudo. Lasci che i rumori di casa tua ti abbandonino lentamente. La musica in sottofondo; con una canzone che neanche ricordi. La televisione lontana dal soggiorno. Un rubinetto che ora può rubarti acqua in favore della cena che viene risciacquata. E’ un così tale caos, lì fuori, che a quel minestrone puoi concedere due ulteriori vizi. E solo altri due: acconsentirgli di creare un qualcosa di ancora più grande, come fosse scoperchiare il vaso di Pandora; zittirlo completamente affogando in quel cocente bagno. Il tuo piede sta già lottando con l’improvvisa ondata di calore, mentre decidi cosa fare. Lasci che sia lui a condurre. Il piede. Così lentamente scivoli dentro. Gambe. Bacino. Sospiro. Che caldo. Pancia. Irrigidisci gli addominali sperando che contrarti ti faccia sfuggire all’acqua. Collo. Sospiro. Un lunghissimo sospiro, perché il fiato è tagliato dai vapori. Mento. E ti fermi. I piedi puntellano la in fondo. Ti guardi per un attimo in giro. Movendo solo gli occhi. La luce in camera è rimasta accesa. La porta del bagno leggermente socchiusa. Per questo motivo lo scopri. La canzone è cambiata. Davanti a te, sempre la in fondo, sapone, shampoo, doccia schiuma giallo. Il rubinetto è chiuso, ma una piccola goccia scandisce il tempo insieme al tuo cuore. Prima di cercare comprensione con il cielo, fuori dalla finestra, guardi l’acqua in basso. Ti aspetti di vederla vibrare. Tum tum. Sembra pulsare ovunque. Scena: tutti in silenzio, si ascoltano alieni rumori in lontananza. C’è sempre un po’ di acqua da qualche parte, in un film. Un bicchiere, una pozzanghera, un contenitore ipertecnologico che no, in teoria, non dovrebbe rompersi. Tum tum. Come lanciare un sasso in uno stagno. Cerchi concentrici che veloci provocano un piccolissimo tsunami. Tum Tum. Se ti va bene, pensi, muoio prima di infarto che per annegamento. Sudi o, forse, già trasudi dall’ultima parte del tuo corpo esposta all’aria: il viso. Ti confronti con l’angolo concesso dalla tenda per guardare fuori. Non c’è nulla. Sai benissimo che c’è il mondo. Ma non lo vedi. E se non lo vedi, non c’è; non esiste. Ti rendi conto che è una cosa un po’ infantile, ma è come nascondersi o sparire coprendosi gli occhi con la mano. Gli altri non mi vedranno mai, perché io non vedo loro. E alla fine gli chiudi. Sei nel silenzio totale. Orecchie. Bocca. Tum tum, e lo ascolti sommerso. E’ così che cerchi di liberare la tua coscienza. Bruciando in una piccolo mare bollente. Potresti fermarti ad osservare le fiamme che cadono come pioggia ovunque. Cerchi, inevitabilmente, di evitare qualunque tuo pensiero. Ma l’idea di abbandonarti rimani. Pensi a quanto poco manca per far colare a picco anche il naso e lasciare la sola fronte, come appiglio per i naufraghi. Tum. Scotta. Anche tanto, ma resisti. E’ così che cerchi di eliminare qualsiasi traccia della giornata. Della fatica. Delle incomprensioni. Delle discussioni. Dei dispiaceri. Delle disavventure. Così liberi spazio per le sole cose belle.
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