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16DIC2009 @ 16.47
Ho sete.
Ho sete. Tanta. Ho preso una bottiglietta di acqua naturale dalle macchinette in ufficio. Poco fa. Ma è fredda e ho dovuto aspettare. Sarà che fuori ci son due o tre gradi sotto lo zero, con il sole, ma non si scalda più. Non che non mi piaccia, ma non vorrei accasciarmi qui sulla scrivania. Ma ora non ce la faccio più, apro e bevo. Metà andata, tre quarti, mi fermo e respiro. Ho inghiottito sana e rigenerante freschezza. Sarà stata la pizza di ieri sera, la bufala o il limoncello o lemoncello (word suggerisce errata la seconda che ho detto). Sarà che sono strano? Magari è l’influenza della cravatta viola. Porterà male. Finita. Ne prenderei un’altra in effetti. E qui mi sa che è proprio la pizza. Che poi, sarà l’età ma che fatica, sta pizza. Solo che non ho le monete. E anche avessi le monete non ho la chiavetta. L’ho persa. E la cosa sconvolgente è che non so dove, non so come. Sai, in genere se ci pensi riesci a dirti “l’avevo messa li, portata a casa e poi, mi sa che l’ho portata in palestra”. Ecco, io non ho idea del suo ultimo avvistamento. Non che sia un investimento da manovra finanziaria, son due euro e cinquanta, ma questa cosa un po’ mi infastidisce. Allora, per farla breve, credo mi convinco e temo che mi sia stata rubata. Ecco. L’ho lasciata li, da qualche parte e qualcuno l’ha presa, nastrino azzurro compreso. Il fatto è, che ora, ho ancora sete, tanta, dopo il pranzo. E dovrò elemosinare una chiavetta che verrà ricaricata più o meno a caso. Se qualcuno, con buon cuore, dovesse vederla, mi faccia sapere come se sta bene. Grazie.
About: REAL, LIFE
19NOV2009 @ 13.56
Ho il blocco del titolo
E’ come se fossi in attesa. Se cercassi di gestire la situazione ma senza, realmente, prendere in considerazione qualche cosa. Se vuoi imparare a nuotare, prima o poi, dovrai buttarti in acqua. Fosse solo a teoria, staremmo tutti a pensare. Tanto. E a studiare, a studiare, e studia, e studia. E’ come se qualcuno, nei quattro sedili accanto, in un comune treno della mattina o della sera dicesse: "non riesco più a scrivere". Sai, quelle cose da "blocco dello scrittore" o blocco intestinale. Una cosa simile. Insomma, un freno che non ti concede altro che rimanere immobile. Se sei in quello stato, continua a scrivere. Cioè, dico, fallo di più. Molto probabilmente ti piacerà meno il risultato e lo butterai: o strappi un foglio o cancelli un file. Differenze poche. Mi chiedo se si possa dire "ho il blocco della lettura", anche. Tanto che differenza può essere. Qui a fianco c’è una pila di libri che potrebbe benissimo fare da comodino; tutti ordinati, lucidi, perfettamente catalogati. Forse dovrei più onestamente chiamarla collezione. Intanto, quanti altri tipi di blocchi ci possono essere, mi chiedo? O, certo, si potrebbe avere il "blocco del mangiare", sai, non riesco a gustarmi più il pane fatto in casa; magari sei semplicemente a dieta. Oppure ho il "blocco del pendolare". Ecco, questa mi pare più interessante e sicuramente, con oggi, molto veritiera ed informata sula sfortuna che mi è venuta a salutare, andata e ritorno. Chiaro che, potresti pure prendere la macchina, ma domani, un bastione carico carico di arance si rovescerà sulla A qualche cosa quei dieci quindici minuti prima che tu raggiunga la catapulta, e ti farà perdere un’altra mattina. Una di quelle situazioni tipo coda coda coda, tutti che vanno tu fermo. Cambi corsia, immobile mentre tutti ripartono. Sarà che ogni piccolo passo fatto in un senso è un modo per nascondersi dalla situazione precedente (o immediatamente successiva). Non scrivo perché leggo. Non leggo per mangio. Non mangio perché sono in viaggio. Ma, per la più scientifica proprietà transitiva ampiamente studiata, anche cambiando l’ordine degli addendi, il risultato rimarrà invariato. Non scrivo mentre mangio e se sono in macchina, di certo, non posso leggere, però viaggio. Certo, se le arance fossero spostate ad una ad una con una velocità proporzionalmente opposta alla loro caduta, bhè, potrei anche finire un libro inserendo qualche appunto a matita. Di lato. Ormai è sera. E’ tardi. Perché continuare a pensarci sopra. Esci; qualcosa, in ogni caso, è stato fatto.
About: DREAM
25SET2009 @ 15.55
Loro, non se ne accorgono...
Qui, dove sono ora, piove. In realtà ha anche grandinato. E ora sta un po’ smettendo un po’ decidendo che fare. Ha cominciato nascondendo il sole. Poi ha preso un po’ di grigio e l’ha buttato qua e la, borbottando. Alla fine, non ha resistito e si è messo a piangere. Parecchio. Devono essere questioni gravi. Oggi, in ufficio, sono da solo. Capita. Così, oltre a chiudere la porta per evitare roboanti vivavoce, è concesso, ma a basso volume, l’ascolto di un po’ di musica. Da solo poi, puoi scegliere la musica che più piace a te. A metà pomeriggio, quindi, mi sono trovato con un pochino di intrattenimento sonoro vicino alle mani e un fastidioso temporale oltre la finestra. Alla fine si poteva ascoltare solo l’imponente pioggia mista grandine contro i vetri. Ho spento la musica. Neanche i vivavoce della sala riunione si udivano più. Solo un frrrssssccc frrrssssccc frrrssssccc con un tic tac tic tic tic tac del ghiaccio. Mi sono fermato un secondo e ho guardato fuori. Non si vedeva niente. Niente oltre tutte le gocce d’acqua che lì si fermavano. C’era anche tutto un polverone di goccioline più piccole che non aiutava. Il cielo grigio e tutto era più in ombra. Solo. In silenzio. Frrrssssccc tic tic tac. Niente più. Avrei potuto anche spegnere la luce, artificiale, ma avrei corso il grave rischio di farmi cullare dalla situazione. Sono pure sempre in ufficio. Così ho pensato, un pochino e senza troppo sforzo, a questa mattina. Sull’autobus. Mentre qui ci venivo e, inoltre, mica pioveva. In città, in giro, c’è un gran baccano, ovunque. Gente che parla, clacson, macchine, biciclette, fischi, altri ipod, strilli baruffe, le solite cose. Le mie orecchie, si sa, non sono molto accoglienti con gli auricolari. Dovrebbero stare li, bene, a loro agio, come vedo a più ragazzi e ragazzi dei giorni nostri, ma con me non c’è niente da fare. Cadono. Saltan giù. Si stortano. Guardano fuori. La loro capacità non è solo dimezzata, praticamente è come se non gli avessi. Così ne ho provati di tutti i tipi. Con le gambette che ti avvolgono il lobo, all’indietro, sportivi, all’insù, piccolini, grandicelli, sagomanti, colorati. Alla fine ho preso un paio di cuffie, classiche, grandi. Nere (non potevo azzardare la vera scelta - azzurro, fucsia, giallo - sarebbe stato troppo). I padiglioni, che si appoggiano alle mie orecchie, son ben più grandi. Sono morbide. Delicate. Si sentono benissimo. Le appoggi lì e non si muovono più. Concedono anche, un ulteriore vantaggio: ti isolano completamente dal mondo. Ascolti la tua musica (che non è bassa, certo) e non senti niente altro. E il mondo è tutto diverso. Le parole non ci sono; sono solo dei movimenti che accompagnano la vera discussioni fatta di gesti. Un "mi scusi" (ipotizzo) chiesto all’autista diventa un: "Ha visto qui sopra". No no (fatto con la testa) Si si (fatto con la testa) e poi ciao (fatto con la mano)". Chissà che diavolo si sono detti. Qualcuno si volta pure, magari è passato un grosso aereo e io non l’ho visto. L’autobus rimbalza e basta. Ogni tanto ti fa andare in avanti di colpo, poi ti manda indietro. E tu ti tieni, così non siedi per terra senza averci pensato prima. Ci sono tante scritte in giro nelle città. Alcune compaiono dopo che gli altri passeggeri toccano le pareti del bus, vicino ai finestrini. Poi si ferma, apre le porte e le persone scendono e si riparte. Molti si guardano e si raccontano fatti / vicende / preoccupazioni. Ma non le scoprirai mai. Così provi ad immaginare a cosa sta pensando quella ragazza che, girata di spalle verso l’autista, guarda dall’alto al basso la strada. Scenderà fra un pochino, ancora, mmm, 4 fermate almeno. Anche lei ha le cuffie (ma a lei gli auricolari stanno lì perfetti senza muoversi!) e non riuscirà a sentire poco nulla. Non mi sentirà. Altri gesti che interpreti con "dopo, no, dopo dopo, giù". Forse la corsa finirà e non avremo altra scelta che sederci ed aspettare. Non c’è confusione, non c’è distrazione. C’è quello che senti che è quello che immagini. E se guardi le persone così, non vedi molta differenza con te. Non c’è niente di diverso. Tutti sono li, più o meno fermi, più o meno appesi o seduti, tutti sono silenziosi o poco sorridenti (è mattina presto) che stanno pensando. Solo, che loro, non se ne accorgono, perché sono incantati dalla baraonda del mondo che li circonda.
About: REAL, DREAM, LIFE
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