Sulla prima delle tre carrozze
Questa mattina il treno che mi ha accompagnato fino alla stazione della città nella quale lavoro era, leggermente, corto. Uno di quei vecchi treni “stile montagna” una due tre carrozze e non di più. Sui treni piccoli, si sa, le gente mormora. Poi fa caldo. Poi non c’è posto. Aggravante della giornata il treno precedente in ritardo di venti minuti tondi tondi. Più gente, più caldo, più mormorio, meno posti. Un’equazione che può essere solo ridotta dalla fortuna (inesistente o cieca, a scelta). Sulla prima carrozza delle tre, casualmente, ho trovato un posto a sedere. Ho scomodato un signore che era disteso come uno lungo scatolone appoggiato al muro. Più tardi farà cambio con una signora affaccendata al cellulare touch sfiorato da un pennino tic tic tic. Abbasso la musica delle cuffie, passa il controllore ma non esercita (per il momento). L’aria condizionata si fa sentire, non troppo, non troppo poco. Un ragazzo, di lato, traffica con mille fogli, copertina rigida, qualche penna e zainetto stile “eastpack”. Ci metto un po’ a trovare e a leggere il cartellino bianco arrampicato sul fondo bianco della maglietta: Trenord. E’ dello staff. Uno del posto. Anche se controllo e gioco con qualche applicazione che devo analizzare, in un’ora così felice da dedicare al sonno e non ai pensieri, incredibilmente, riesco a collegare lo zainetto con le penne e i fogli che precompila. Deve fare un’indagine. C’è silenzio, un silenzio assonnato che riesco persino ad ascoltare attraverso le cuffie, attraverso l’ipod, attraverso i Daft Punk! Lo mangeranno, penso, e mi metto a scrivere. Sulla prima carrozza delle tre, il giovanotto, armato di sorriso, voglia di fare, un bagaglio incasinato, qualche penna e un accerchiato dal caldo emozionato della “prima” uscita si alza. Lo condanneranno; sarà la fine; non vedrà mai la stazione di arrivo; dovrà abbandonare la missione; dedicati alle altre carrozze; qui non c’è posto per te; vai via. Temo queste siano le maldicenze propinate dagli ospiti del regionale 5384 delle 7:57 bla bla bla. E invece, desisto. Guardo e osservo, senza ascoltare (i Daft Punk, è noto, costruiscono canzoni abbastanza lunghe, soprattutto se tratte da un live) e i questionari fioriscono come popcorn nell’olio bollente. Eccone uno, mi scusi posso sottoporle un questionario sul servizio pen…, vuole partecip…, le andreb… assetati di dire la loro, non lo fanno finire! Neanche il tempo e c’è chi già compila, chi scarabocchia, chi pensa e chi inesorabilmente calca x dopo x appoggiandosi alla meglio contro se stesso, contro il sedile. Quarantacinqueminuti continuati di servizio, di risposta, di penne richieste di avanti e indietro di raccolta e dello zainetto stile “eastpack” alzato e abbassato riempito e svuotato, mosso e osannato. Reclamato, persino, se abbandonato senza padrone, come titolare di un posto a sedere. Non sembrava per niente vero, quasi una “candid camera”, ed il controllore che, nel culmine di questo assolo, timbra, controlla, aggiusta, saluta, ringrazia, tak, tak, abbonato? Va bene. Lui stremato. Io sgomento. Tutti euforici. Quasi contenti. Tutto in una sola carrozza delle tre proposte. Accontentati da un gioco o soggiogati dalla voglia di poter parlare, di dover dire, di poter affermare? E se ci avessero colpito tre su tre, un ragazzetto per ogni carrozza, le altre? E, soprattutto, abbiamo vinto?