Pendolari: la mattina, la sera.

I pendolari che si svegliano molto presto sono silenziosi. Ma decisamente maleducati. Molto probabilmente è per l’alito pesante. O il sonno. Irruenti, si muovono scontrandosi con le statuine immobili che cercano ancora un po’ dei sogni abbandonati alla rumorosa sveglia. Poi ci sono quelli di fretta. Davvero. Loro si che sono agitati ma, almeno, chiedono un sacco di volte scusa: “Mi scusi. Scusi scende. Oh mi scusi”. E scappano via. I ritardatari, son più tranquilli. Ormai s’è fatta una certa e, tanto che ci siamo, prendiamo un caffè. Peró sono molto più rumorosi e caciaroni. Se ti scontri con qualcuno di loro è sicuramente uno di questi ultimi. Cellulare, scrivono, parlano, guardano, approfittano di un’occasione. Lavorano già insomma. Più o meno una cosa del genere. Capita anche di guardarsi o di chiacchierare (raramente).

La sete non manca mai

C’è un tempo per abituarsi a tutto. Anche al soffione della doccia. Se il getto normalmente esce da un quadrato di 30cm, all’inizio sembrerà una cascata senza arresto ma, dopo un po’, diventerà una tranquilla pioggerella. Tornando ad un comune doccino, sembrerà invece un tenero fiume in secca. In ogni caso, dell’acqua ci si disseterà per sempre. La sete non manca mai.

Sognare al risveglio

Nelle ultime mattine, quando mi sveglio, ricordo bene e quasi sempre quello che ho sognato. Anni fa un collega mi aveva raccontato che, i sogni, accadono durante la fase di risveglio. Mentre si abbandona il sonno, insomma. Non so quanto sia vero ma potrebbe essere per questo motivo che, qualche ora fa, mi sono svegliato guardandomi la mano avendo paura di muoverla. Niente di grave ma ho sognato di essermi rotto la prima falange dell’anulare destro. Pare che il colpo l’abbia ricevuto in ufficio, mentre passeggiavo dopo pranzo, nel parcheggio. Uno schiocco secco e il dolore. Al pronto soccorso, un’ampia sala quadrata tutta bianca, regnava un mezzo caos organizzato. Una porta scorrevole grande bianca e uno sportello per il ticket. Avevo bisogno di un codice giallo. La burocrazia, anche se era nel mio sogno, non mi agevolava. Anzi. Bisogna attirare l’attenzione di qualche infermiere dal camicie a righe blu o, meglio ancora, a righe fuxia. Ma se io stavo passeggiando dopo il pranzo anche qui la pausa era imminente. Uno dopo l’altro i dottori mi sorpassavano ignari uscendo dalle sale mediche. Mille righe colorate, caffè, marsupi alla spalla, può chiedere a lui, no mi spiace non sono in servizio mi spalleggiavano un po’ lontano. In tutto questo il panico: il mio dito, quella falange li, sembrava non avere più nulla. Non mi faceva male. Non era nemmeno gonfio o arrossato. Che figura. Come affrontare un dottore un’analisi. Come giustificarsi. E mentre cercavo di riflettere su cosa era meglio fare, abbandonato da tutti gli specializzandi un ragazzo, maglietta gialla, giovane, deve avermi preso a cuore. Mano sulla spalla: “e tu cosa devi fare?”. “credo di essermi rotto un dito”. Andiamo insieme a fare il ticket, ora obbligatorio. Un uomo scorbutico e abbastanza brutto con gli occhiali alza appena un sopracciglio per inquadrarmi. Bofonchia qualcosa e mi rilascia un cartellino: sono un codice giallo. La visita avverrà immediatamente. Sempre con lui, sempre condotto da quella mano ferma, adagio la mia su una specie di lettino pronto ad essere bombardato ai raggi x. “È rotta, vedi”. È un sospiro di sollievo che si forma sul mio viso, quasi un sorriso. Ma le immagini non si fermano qui. C’è tutto un cyberspazio che conosce il mio corpo oltre quella macchina. Così ad ogni foto scopro che la mia mano è controllata da due nervi a metà schiena. Degno figlio di ken shiro il giovane infermiere si dilunga nel farmi scattare le unghie verso l’alto per mostrare al meglio la mia frattura. “È tutto un gioco, tanto, non è vero. Questi filmati sono solo introduzioni alla lastra”. “Ah”. Ma la rottura si manifesta vera, per un collega. A. e la sua mano nera e un po’ schiacciata fanno capolino entrando. “E si, anche io, uguale”. Poi un compagno di classe, credo, che lavora li, mi saluta ripensando ai vecchi tempi scherzando la mia falange da curare. C’é anche una bella ragazza che parla con noi. Non so chi sia, anche se qualcuno mi ricorda. Ma una bella ragazza non guasta mai in un sogno.

Sulla prima delle tre carrozze

Questa mattina il treno che mi ha accompagnato fino alla stazione della città nella quale lavoro era, leggermente, corto. Uno di quei vecchi treni “stile montagna” una due tre carrozze e non di più. Sui treni piccoli, si sa, le gente mormora. Poi fa caldo. Poi non c’è posto. Aggravante della giornata il treno precedente in ritardo di venti minuti tondi tondi. Più gente, più caldo, più mormorio, meno posti. Un’equazione che può essere solo ridotta dalla fortuna (inesistente o cieca, a scelta). Sulla prima carrozza delle tre, casualmente, ho trovato un posto a sedere. Ho scomodato un signore che era disteso come uno lungo scatolone appoggiato al muro. Più tardi farà cambio con una signora affaccendata al cellulare touch sfiorato da un pennino tic tic tic. Abbasso la musica delle cuffie, passa il controllore ma non esercita (per il momento). L’aria condizionata si fa sentire, non troppo, non troppo poco. Un ragazzo, di lato, traffica con mille fogli, copertina rigida, qualche penna e zainetto stile “eastpack”. Ci metto un po’ a trovare e a leggere il cartellino bianco arrampicato sul fondo bianco della maglietta: Trenord. E’ dello staff. Uno del posto. Anche se controllo e gioco con qualche applicazione che devo analizzare, in un’ora così felice da dedicare al sonno e non ai pensieri, incredibilmente, riesco a collegare lo zainetto con le penne e i fogli che precompila. Deve fare un’indagine. C’è silenzio, un silenzio assonnato che riesco persino ad ascoltare attraverso le cuffie, attraverso l’ipod, attraverso i Daft Punk! Lo mangeranno, penso, e mi metto a scrivere. Sulla prima carrozza delle tre, il giovanotto, armato di sorriso, voglia di fare, un bagaglio incasinato, qualche penna e un accerchiato dal caldo emozionato della “prima” uscita si alza. Lo condanneranno; sarà la fine; non vedrà mai la stazione di arrivo; dovrà abbandonare la missione; dedicati alle altre carrozze; qui non c’è posto per te; vai via. Temo queste siano le maldicenze propinate dagli ospiti del regionale 5384 delle 7:57 bla bla bla. E invece, desisto. Guardo e osservo, senza ascoltare (i Daft Punk, è noto, costruiscono canzoni abbastanza lunghe, soprattutto se tratte da un live) e i questionari fioriscono come popcorn nell’olio bollente. Eccone uno, mi scusi posso sottoporle un questionario sul servizio pen…, vuole partecip…, le andreb… assetati di dire la loro, non lo fanno finire! Neanche il tempo e c’è chi già compila, chi scarabocchia, chi pensa e chi inesorabilmente calca x dopo x appoggiandosi alla meglio contro se stesso, contro il sedile. Quarantacinqueminuti continuati di servizio, di risposta, di penne richieste di avanti e indietro di raccolta e dello zainetto stile “eastpack” alzato e abbassato riempito e svuotato, mosso e osannato. Reclamato, persino, se abbandonato senza padrone, come titolare di un posto a sedere. Non sembrava per niente vero, quasi una “candid camera”, ed il controllore che, nel culmine di questo assolo, timbra, controlla, aggiusta, saluta, ringrazia, tak, tak, abbonato? Va bene. Lui stremato. Io sgomento. Tutti euforici. Quasi contenti. Tutto in una sola carrozza delle tre proposte. Accontentati da un gioco o soggiogati dalla voglia di poter parlare, di dover dire, di poter affermare? E se ci avessero colpito tre su tre, un ragazzetto per ogni carrozza, le altre? E, soprattutto, abbiamo vinto?

Questa sera (ieri), quando sono uscito dall’ufficio, sembrava che l’estate fosse esplosa. Anche se erano solo le 18:14, il caldo, si faceva sentire. Sotto la pensilina, all’ombra, cercavo di non pensare a quale temperatura ci fosse e mi sono concentrato sull’attesa. Nove minuti prima dell’orario stabilito. Ogni tanto un filo d’aria, a togliere dall’imbarazzo del calore. I piedi, al sole, oltre le scarpe oltre le calze, soffrivano per il cuore della terra. Un vento invisibile, come un bollore emozionale, dalle caviglie, fin su alle ginocchia e al basso ventre chiuso, ancora, dalle notizie della giornata. Come palpitazione, gli occhi lucidi che contano i minuti senza una metrica precisa. Finendo i numeri, le formule, i riferimenti matematici. Una media parziale di quello che manca ancora; della distanza; del trattenersi; del rivelarsi; dell’agitarsi di ogni senso attento alll’ambiente. Soffocato il respiro, fino alla prossima carezza; un barlume lieve che sventola fra i capelli lasciandoti vivo ancora per un po’.

La ragazza che era stanca di pensare

C’era una volta un villaggio dove c’erano molte persone che vivevano tranquille. Tutte pensavano e facevano; pensavano pensavano e facevano e facevano. Ogni pensiero un’azione, ogni azione un fatto. Il fatto di tutti i giorni si completava alla sera, quando ci si ritrovava e ci si raccontava i propri pensieri. Ognuno diceva il suo pensiero e gli altri ascoltavano e, solo in quell’occasione, non facevano. Dopo aver ascoltato, il saggio del gruppo, il più anziano tra i pensatori, chiedeva agli altri che erano li a rimuginare pensieri di condividere tutti insieme, quello che stavano pensando. E così facevano. E si chiacchierava chiacchierava, poi si ripensava, poi si riascoltava, il saggio e poi, si chiacchierava facendo, fino a dormire. Una sera, una ragazza prese la parola. Tutti ascoltavano ascoltavano e lei si fermò un attimo. Un po’ di silenzio per attirare l’attenzione di tutti quelli che già iniziavano a rimuginare. In piedi, davanti al fuoco, bruciacchiata di luce traballante disse: “mi sono stancata di pensare”.

Questa sera, esco alle 1810. In ufficio il personale conteggia il tempo arrotondando. Per questo si scelgono orari come questo. Il caldo è uno schiaffo. Non solo c’è il sole ma è afoso. La differenza con l’aria condizionata interna, scoperta accesa, rende parecchia giustizia all’inizio d’estate che i sta vivendo. Non solo è necessario aguzzare la vista prr iniziare la camminata. Un occhio è chiuso completamente armando l’altro come un mirino, in leggera salita. Maniche alzate, vestite di felpa blu che, anche se leggera, troppo pesante per questo clima. Vorrei farmi una doccia, di nero inchiostro. Ricoperto senza sosta e disegnare, poi, tatuaggi color pelle dando luce a qualche linea.

Questa sera, quando sono uscito dall’ufficio, alle 1800, non c’era il sole. Strizzare gli occhi, in quel caso, serviva unicamente ad aumentare la concentrazione. E’ stata una giornata intensa, pericolosa. Poi devo tornare a casa, giocare a calcetto, cercare di vincere, fare la barba, scrivere le lettere. E’ stata una giornata intensa, fatta di attese e silenzi prolungati: piccoli attimi veloci come il battere delle ciglia che increspano di lucido l’iride colorata. Carico di energia aspetto nove brevi minuti come una scala di note aspetta l’inizio di una sinfonia. Sono stanco, però. Mi chiudo nella giacca dentro le spalle contro il mento sotto un ciuffo dallo stile dimesso. Mi abbraccio.

Esco alle 1810. L’autobus che dovrebbe portarmi in stazione è passato alle 1809. Il prossimo è alle 1823. Mi incammino. Aspetto ancora un attimo prima di isolarmi con la musica. Mi investe il sole. Caldo. Quello di maggio che abbronza. Indosso la camicia e la giacca di pelle. Un po’ troppo per il momento ma, sai, alla mattina può andare. Non prendo gli occhiali, rimangono li, abbandonati nella custodia nella borsa dietro le spalle. Così devo strizzare gli occhi per fronteggiare la luce. Mi dicono che non si fa. Che poi “ti vengono le rughe”, quelle che chiamano “zampe di gallina”. Ma strizzare gli occhi non è un po’ come filtrare la realtà e vederla come si desidera? Anche strizzare l’occhiolino, non è un gesto “segreto” di intesa e condivisione? È quello che sto facendo, per ascoltare il mondo, come realmente lo vorrei. Lo filtro.