There is a house built out of stone
Wooden floors, walls and window sills
Tables and chairs worn by all of the dust
This is a place where I don’t feel alone
This is a place where I feel at home
And I built a home
For you
For me
Until it disappeared
From me
From you
And now, it’s time to leave and turn to dust
Out in the garden where we planted the seeds
There is a tree that’s old as me
Branches were sewn by the colour of green
Ground had arose and passed its knees
By the cracks of the skin I climbed to the top
I climbed the tree to see the world
When the gusts came around to blow me down
I held on as tightly as you held onto me
I held on as tightly as you held onto me
And I built a home
For you
For me
Until it disappeared
From me
From you
And now, it’s time to leave and turn to dust
Casa, Piedi, Treno, Metro, Piedi, Ufficio, Piedi, Metro, Treno, Piedi, Ufficio, Metro, Taxi, Riunione, Taxi, Metro, Piedi, Ufficio, Piedi, Treno, Metro, Amici, Metro, Treno, Piedi, Casa. Qualche virgola in meno, tutti i giorni.
I love my calligraphy pen. :)
| Salve! Posso entrare? | Prego, si accomodi signor Rossi. Abbiamo finalmente i risultati delle sue analisi... | Grazie, beh spero siano buone... | Ne parliamo subito, ma prima volevo farle un paio di domande... lei è venuto da noi perché non si sentiva bene, vero? | Sì, ed effettivamente ero molto preoccupato, non mi è mai successo nulla del genere in vita mia e ho deciso di fare dei controlli, sa per evitare sorprese... | Sì, ha fatto benissimo. Dunque... dal referto vedo che lei accusa giramenti di testa, improvvise palpitazioni, sudori freddi... c'è altro? | Sì...ho anche sbalzi d'umore improvvisi...triste...felice...triste...felice...sa, più o meno due tre volte al giorno...Ah e sì, recentemente sono molto inappetente, come se avessi qualcosa nello stomaco che lo chiude. | Capisco...ha anche problemi a prender sonno? Si sente agitato senza spiegazioni? | Beh, un pochino, ma con una camomilla, di solito, mi passa. | mmm.... | Beh, spero non sia nulla di grave, | ....Da quanto tempo accusa questi sintomi? | Non saprei...diciamo circa due mesi, più o meno da quando mi sono trasferito nella casa nuova. | Beh vede, non c'è modo facile per dirlo...dalle sue analisi lei hai un sentoblastoma affettivo alla zona superiore dell'animo, un tumore dei sentimenti. | O mio dio, ed è grave? | Beh, sì e no...è una delle forme più semplici di amore, nel suo caso siamo fortunati, l'abbiamo trovata presto. | E come è possible che mi sia venuto, questo "amore"? Cioè io sto attento, evito tutti, giro con le cuffie per non sentire le voci, leggo i libri per non incrociare gli sguardi, sto anche a casa la sera per non incontrare nessuno... | Beh, guardi che basta veramente poco a volte, l'isolamento protegge ma indebolisce molto e basta uno sorriso, una parola gentile... Ha incontrato qualcuno di nuovo di recente? Qualcuno che magari è stato cortese con lei, che ha riso delle sue battute? | Non saprei....oddio, sì...la mia vicina di casa, quella simpatica ragazza castana con il cane... La incontro sempre quando esco la mattina, ci salutiamo e auguriamo buona giornata. Una sera è venuta a cena da me, tutto lì...non pensavo che... | Eh, evidentemente abbiamo trovato la causa. | Non ci credo...dottore, cosa possiamo fare? Ci sono cure? Non voglio soffrire, la prego...ho fatto tanto per restare in salute!!! | Sì, ci sono molte cure, la prima cosa da fare sarebbe rimuovere la causa del problema e poi si interviene con somministrazioni massive di alcool e porno anche 2-3 volte a settimana fino a che non l'amore non si riduce o sparisce. Ma se attendiamo troppo potrebbero esserci delle metastasi e potremmo non riuscire più a guarirla. Il processo comunque è molto doloroso. | Oddio e che alternatve ci sono? | Beh, ce ne sarebbe una...molti scelgono di non curarsi. | Cosa? Mi sembra folle...e perchè? | Beh, perchè nonostante sia doloroso, complicato e potenzialmente letale, l'amore è una malattia con dei sintomi meravigliosi finchè dura... man mano che il paziente peggiora si possono avere stati euforici permanenti, ipersensibilità all'affetto, desiderio smodato di restare solo con la causa della malattia tutto il giorno. Alcuni lo trovano fantastico, ed imparano a conviverci, a volte anche per tutta la vita. | .... | Beh, la scelta è sua.... | E se dovessi scegliere la seconda strada cosa dovrei fare? | Beh, nulla...torni a casa, apparecchi la tavola per due...prepari la cena, inviti la sua vicina da lei e si prepari alle conseguenze. Sappia però che se sceglie questa strada oltre un certo punto la cura sarà dolorossissima. Io credo che la scelta migliore sia la prima, interveniamo adesso, poco dolore, poco sacrificio e in qualche mese sarà tornato alla sua vita di un tempo. | ..... | .....la scelta sta a lei però... | ...Beh, dottore, la ringrazio...ma credo che per oggi tornerò a casa e ci rifletterò...però ora mi scusi, sono di corsa, sono le 6, mi aspetta un'ora di strada e devo fare da cena per due persone più un cane.... |
There were jewish musicians who, who’s life music was…
A jewish wedding or a jewish holiday can not go by without shedding a lot of tears, we must do a lot of crying.
We cry always. When a baby is born we cry. Why? Tears of joy.
When the baby becomes Bar or Bat Mitswa we cry, when we leave them to the weddings, to the choepa, we cry.
All nations the world over, all people, whenever they celebrate the new year. They dance into the new year. We swim into ours, we used to say, because if you went into the rosj hasjana, if you walked into the synagoge you could swim into the ocean of tears.
I pendolari che si svegliano molto presto sono silenziosi. Ma decisamente maleducati. Molto probabilmente è per l’alito pesante. O il sonno. Irruenti, si muovono scontrandosi con le statuine immobili che cercano ancora un po’ dei sogni abbandonati alla rumorosa sveglia. Poi ci sono quelli di fretta. Davvero. Loro si che sono agitati ma, almeno, chiedono un sacco di volte scusa: “Mi scusi. Scusi scende. Oh mi scusi”. E scappano via. I ritardatari, son più tranquilli. Ormai s’è fatta una certa e, tanto che ci siamo, prendiamo un caffè. Peró sono molto più rumorosi e caciaroni. Se ti scontri con qualcuno di loro è sicuramente uno di questi ultimi. Cellulare, scrivono, parlano, guardano, approfittano di un’occasione. Lavorano già insomma. Più o meno una cosa del genere. Capita anche di guardarsi o di chiacchierare (raramente).
C’è un tempo per abituarsi a tutto. Anche al soffione della doccia. Se il getto normalmente esce da un quadrato di 30cm, all’inizio sembrerà una cascata senza arresto ma, dopo un po’, diventerà una tranquilla pioggerella. Tornando ad un comune doccino, sembrerà invece un tenero fiume in secca. In ogni caso, dell’acqua ci si disseterà per sempre. La sete non manca mai.
Nelle ultime mattine, quando mi sveglio, ricordo bene e quasi sempre quello che ho sognato. Anni fa un collega mi aveva raccontato che, i sogni, accadono durante la fase di risveglio. Mentre si abbandona il sonno, insomma. Non so quanto sia vero ma potrebbe essere per questo motivo che, qualche ora fa, mi sono svegliato guardandomi la mano avendo paura di muoverla. Niente di grave ma ho sognato di essermi rotto la prima falange dell’anulare destro. Pare che il colpo l’abbia ricevuto in ufficio, mentre passeggiavo dopo pranzo, nel parcheggio. Uno schiocco secco e il dolore. Al pronto soccorso, un’ampia sala quadrata tutta bianca, regnava un mezzo caos organizzato. Una porta scorrevole grande bianca e uno sportello per il ticket. Avevo bisogno di un codice giallo. La burocrazia, anche se era nel mio sogno, non mi agevolava. Anzi. Bisogna attirare l’attenzione di qualche infermiere dal camicie a righe blu o, meglio ancora, a righe fuxia. Ma se io stavo passeggiando dopo il pranzo anche qui la pausa era imminente. Uno dopo l’altro i dottori mi sorpassavano ignari uscendo dalle sale mediche. Mille righe colorate, caffè, marsupi alla spalla, può chiedere a lui, no mi spiace non sono in servizio mi spalleggiavano un po’ lontano. In tutto questo il panico: il mio dito, quella falange li, sembrava non avere più nulla. Non mi faceva male. Non era nemmeno gonfio o arrossato. Che figura. Come affrontare un dottore un’analisi. Come giustificarsi. E mentre cercavo di riflettere su cosa era meglio fare, abbandonato da tutti gli specializzandi un ragazzo, maglietta gialla, giovane, deve avermi preso a cuore. Mano sulla spalla: “e tu cosa devi fare?”. “credo di essermi rotto un dito”. Andiamo insieme a fare il ticket, ora obbligatorio. Un uomo scorbutico e abbastanza brutto con gli occhiali alza appena un sopracciglio per inquadrarmi. Bofonchia qualcosa e mi rilascia un cartellino: sono un codice giallo. La visita avverrà immediatamente. Sempre con lui, sempre condotto da quella mano ferma, adagio la mia su una specie di lettino pronto ad essere bombardato ai raggi x. “È rotta, vedi”. È un sospiro di sollievo che si forma sul mio viso, quasi un sorriso. Ma le immagini non si fermano qui. C’è tutto un cyberspazio che conosce il mio corpo oltre quella macchina. Così ad ogni foto scopro che la mia mano è controllata da due nervi a metà schiena. Degno figlio di ken shiro il giovane infermiere si dilunga nel farmi scattare le unghie verso l’alto per mostrare al meglio la mia frattura. “È tutto un gioco, tanto, non è vero. Questi filmati sono solo introduzioni alla lastra”. “Ah”. Ma la rottura si manifesta vera, per un collega. A. e la sua mano nera e un po’ schiacciata fanno capolino entrando. “E si, anche io, uguale”. Poi un compagno di classe, credo, che lavora li, mi saluta ripensando ai vecchi tempi scherzando la mia falange da curare. C’é anche una bella ragazza che parla con noi. Non so chi sia, anche se qualcuno mi ricorda. Ma una bella ragazza non guasta mai in un sogno.
Questa mattina il treno che mi ha accompagnato fino alla stazione della città nella quale lavoro era, leggermente, corto. Uno di quei vecchi treni “stile montagna” una due tre carrozze e non di più. Sui treni piccoli, si sa, le gente mormora. Poi fa caldo. Poi non c’è posto. Aggravante della giornata il treno precedente in ritardo di venti minuti tondi tondi. Più gente, più caldo, più mormorio, meno posti. Un’equazione che può essere solo ridotta dalla fortuna (inesistente o cieca, a scelta). Sulla prima carrozza delle tre, casualmente, ho trovato un posto a sedere. Ho scomodato un signore che era disteso come uno lungo scatolone appoggiato al muro. Più tardi farà cambio con una signora affaccendata al cellulare touch sfiorato da un pennino tic tic tic. Abbasso la musica delle cuffie, passa il controllore ma non esercita (per il momento). L’aria condizionata si fa sentire, non troppo, non troppo poco. Un ragazzo, di lato, traffica con mille fogli, copertina rigida, qualche penna e zainetto stile “eastpack”. Ci metto un po’ a trovare e a leggere il cartellino bianco arrampicato sul fondo bianco della maglietta: Trenord. E’ dello staff. Uno del posto. Anche se controllo e gioco con qualche applicazione che devo analizzare, in un’ora così felice da dedicare al sonno e non ai pensieri, incredibilmente, riesco a collegare lo zainetto con le penne e i fogli che precompila. Deve fare un’indagine. C’è silenzio, un silenzio assonnato che riesco persino ad ascoltare attraverso le cuffie, attraverso l’ipod, attraverso i Daft Punk! Lo mangeranno, penso, e mi metto a scrivere. Sulla prima carrozza delle tre, il giovanotto, armato di sorriso, voglia di fare, un bagaglio incasinato, qualche penna e un accerchiato dal caldo emozionato della “prima” uscita si alza. Lo condanneranno; sarà la fine; non vedrà mai la stazione di arrivo; dovrà abbandonare la missione; dedicati alle altre carrozze; qui non c’è posto per te; vai via. Temo queste siano le maldicenze propinate dagli ospiti del regionale 5384 delle 7:57 bla bla bla. E invece, desisto. Guardo e osservo, senza ascoltare (i Daft Punk, è noto, costruiscono canzoni abbastanza lunghe, soprattutto se tratte da un live) e i questionari fioriscono come popcorn nell’olio bollente. Eccone uno, mi scusi posso sottoporle un questionario sul servizio pen…, vuole partecip…, le andreb… assetati di dire la loro, non lo fanno finire! Neanche il tempo e c’è chi già compila, chi scarabocchia, chi pensa e chi inesorabilmente calca x dopo x appoggiandosi alla meglio contro se stesso, contro il sedile. Quarantacinqueminuti continuati di servizio, di risposta, di penne richieste di avanti e indietro di raccolta e dello zainetto stile “eastpack” alzato e abbassato riempito e svuotato, mosso e osannato. Reclamato, persino, se abbandonato senza padrone, come titolare di un posto a sedere. Non sembrava per niente vero, quasi una “candid camera”, ed il controllore che, nel culmine di questo assolo, timbra, controlla, aggiusta, saluta, ringrazia, tak, tak, abbonato? Va bene. Lui stremato. Io sgomento. Tutti euforici. Quasi contenti. Tutto in una sola carrozza delle tre proposte. Accontentati da un gioco o soggiogati dalla voglia di poter parlare, di dover dire, di poter affermare? E se ci avessero colpito tre su tre, un ragazzetto per ogni carrozza, le altre? E, soprattutto, abbiamo vinto?